Racconti di emozioni attraverso i nostri sensi

OcchiArcobaleno

Sono nato nell’ormai lontano 1942 a Roma, la città eterna ispiratrice.

Nei primi anni della mia vita, la guerra ha avuto il suo orrendo ruolo: in questo periodo di buio, ho avuto comunque la fortuna di avere sempre la compagnia dei miei genitori, di mio fratello e delle mie zie.

Nonostante la mia tenerissima età, ricordo come fossero ieri le piaghe che la guerra seminava. Un episodio scioccante fu il racconto di una mia zia che scendendo in paese aveva assistito ad una carneficina: a quell’epoca, la concitatezza del momento non consentiva di garantire i dovuti filtri nel comunicare con i bambini. Eravamo tutti testimoni impauriti, soggiogati dal corso degli eventi, come un fiume inarrestabile.

Quella stessa sera, costretti, abbandonammo la casa in cui mio nonno ci ospitava per fuggire da quell’orrore. Mi ricordo che scendemmo la collina nella notte per cercare un posto dove stare... avevo solo tre anni.

Per fortuna, insieme a me c’era la mia famiglia e nella mia fanciullesca incoscienza non ebbi paura.

Erano gli occhi puri di un bambino.

Una volta terminata la guerra, iniziai a “dipingere” la mia vita così come volevo viverla.

Sono sempre stato un sognatore; è come se avessi passato la maggior parte del tempo concessomi a guardar scorrere la mia esistenza come se facesse parte di un film e io potessi guardarmi come spettatore.

I ricordi dell’infanzia, anche i più brutti, facevo in modo di tenerli a bada rassicurandomi e convincendomi che sarebbero stati sostituiti dalla realtà che stava arrivando.

La mia vita d’adolescente mi ha portato a Milano, dove ho scelto di studiare all’Accademia di Brera per avvicinarmi al mio sogno.

Crescendo ho imparato a conoscermi: la tristezza mi assale quando sono costretto a considerare quello che ci accade. Mi riferisco al rapporto spesse volte subdolo che c’è fra individuo e individuo, l’ipocrisia, l’invidia, l’assenza di umanità, il menefreghismo, l’aridità.

Tutto questo lo condanno come uomo e lo condanno come artista attraverso le mie opere.

Il mio modo di esprimere arte è un susseguirsi di sensazioni negative e positive: dipingere, creare è l’unico rifugio dove trovo conforto. Forse una forma d’egoismo, sana per me e per gli altri, a cui ho trovato un canale di espressione.

In gioventù, per mantenere la mia integrità in questo progetto, ho fatto vari lavori di contorno: alcune scelte, tra cui quella ambiziosa di non replicare mai le mie opere e creare esclusivamente pezzi unici, avevano un prezzo da pagare.

Ho dunque iniziato lavorando in RAI facendo il figurante (allora si diceva così); ho anche lavorato per un teatro d’avanguardia, “la Piccola Commenda” di Milano.

Per un buon periodo di tempo, dopo il militare, ho vissuto in pensione e lì conobbi Franco Battiato e i fratelli Reitano: fu proprio Battiato che mi presentò ai proprietari del teatro, dove mi assunsero come direttore di scena.

Le mie esperienze teatrali mi hanno dato molte emozioni positive, portando nella mia vita una miriade di colori.

Ho capito che anche per l’attore la recitazione era come una sorta di “rifugio”.

Un canale diverso, stesso essere artisti.

Nella mia vita ho fatto varie mostre, alcune delle quali sono andate più che bene, altre dignitosamente, altre ancora molto meno. Non sempre le mie opere si sono conciliate con il pubblico. Ho sempre letto e definito questi avvenimenti ed i loro risultati come gli “alti e bassi della vita” da artista: qualsiasi pittore, scultore, scrittore, attore, poeta o musicista vi è destinato. Perché noi artisti, di fatto, siamo fortunati: c’è consentito di concretizzare le nostre emozioni.

La vita è meravigliosa e per un artista è anche felicità, felicità di godere di tutto quello che ci offre la natura.

L’arte è gioia, è dolore, è amore, è solitudine, è compagnia, è insicurezza e il suo contrario, è… tutto. E’ il disegno, è il colore, è la possibilità di esprimere – nel mio caso attraverso i simboli - quello che proviamo e approviamo.

Attraverso l’arte ho potuto figurare quello che, da ragazzo timido prima e da uomo riservato poi, non riuscivo a dire.

Le sensazioni che dipingo con il colore e con le forme mi danno la possibilità di essere me stesso. Ho imparato con il tempo a leggere la critica, anche quella più aspra, come manifestazione d’interesse. Condannavo la vuotezza e la superficialità, comprendendo che per alcuni fosse ragione di vita. Adesso che ho un’età, posso perdonare la rozzezza e l’ineducazione; da giovane, questi temi hanno contribuito a rendere la mia arte come la vedete oggi. In alcuni casi, si può accarezzare la tristezza, l’impotenza, ma mai la rassegnazione.

La mia salvezza è stata, nei momenti di tristezza e di solitudine, la voglia di immortalare le sensazioni sia piacevoli sia spiacevoli su un foglio di carta, su un taccuino, su un tovagliolo al ristorante. Era il mio modo di prendere le emozioni e poterle ricordare, modificare o reinventare.

Il mondo è colore e forma, è disegno, è concretezza e contemporaneamente astrazione, e il considerare questi aspetti mi da compagnia e gioia di vivere.

Mi rendo anche conto che è pressoché impossibile, per me, esprimere qualcosa attraverso la scrittura: per cui vogliate perdonarmi se farete fatica a leggere questa presentazione.

Devo farlo perché quello che realizzo va letto con alcune consapevolezze, come fossero chiavi per aprire alcune porte. Mi definisco un pittore “simbolista” perché attraverso i simboli che compaiono sulle mie opere esprimo ciò che voglio dire. Per esempio:

La figura femminile rappresenta la nostra madre terra;
Le maschere indicano il rapporto astratto tra individuo e individuo e la sua ipocrisia: tristi, felici, cupe o gaie, sono il simbolo della mutevolezza dell’individuo in ogni circostanza;
La candela o l’orologio, che rappresentano l’inarrestabilità del tempo;
Gli occhi, a rappresentare la purezza nelle relazioni;
Gli alberi: figli della nostra madre terra, sono aridi e secchi se non trovano linfa di cui nutrirsi e rappresentano l’aridità di chi non sa amare;
La rosa, il fiore per eccellenza, ha vissuto nelle mie opere tutti i suoi cicli (bocciolo, fioritura e sfioritura) come a simboleggiare la nostra nascita, vita e morte;
Le mani, sono il simbolo del reale, del tangibile, del tatto: sono per me la concretizzazione dell’astratto.

Ognuno di voi vedrà qualcosa di diverso guardando una mia opera.

E’ l’interpretazione della mia emozione con la vostra chiave, che mi ricorda quanto la diversità sia un elemento fondamentale della nostra vita.

Ciò che vedete nel quadro parla di me, ma soprattutto di voi.

I colori sono le scritture dell’anima, sono basi per sognare, per conoscere, per realizzarsi e per concretizzare tutte le astrazioni della vita.

Amare è colore, natura è colore, l’esistenza è colore.

Ho iniziato la mia vita da pittore considerando le opere antiche come esempio di espressione d’arte perfetta: è durato molto poco. Perché siccome la natura insegna che la vita non è mai ripetizione ma piuttosto la ricerca di qualcosa che l’uomo faccia suo, ho filtrato con me stesso tutto quello che mi colpiva l’anima, realizzandolo su una tela.

L’arte è come la natura, mutevole ma sempre incisiva.

Sentire una bora in una notte d’estate estremamente calda da la stessa sensazione di sentire, toccare e conoscere un’anima pura, senza maschere.

Mi sono sempre meravigliato – e continuo a meravigliarmi! - quando vedo persone che provano piacere nell’umiliare, nel prevaricare il loro prossimo. Ma messo da parte lo sfogo, sono consapevole che se non esistessero, mancherebbe un colore nella nostra esistenza.

Credo che tutto questo faccia parte della vita.

Si dice che l’artista sia un pigro: non lo condivido.

La ricerca, l’introspezione e il dono di cui siamo grati hanno prodotto ciò che vediamo tutti oggi: le bellezze di cui gode l’uomo attuale non esisterebbero. Se non esistessero gli artisti, il cui compito è salvare la bellezza, saremmo costretti nel più completo buio e destinati alla noia più assoluta.

Anche il nero non è tristezza: si può sfumare creando un’infinità di nuance e dare gioia a chi lo vede.